Siamo costruttori di senso perché letteralmente “sentiamo il mondo” e costruiamo significati perché ci accoppiamo strutturalmente con i segni del mondo mediante il processo di simbolizzazione. (Varchetta, 1997)

Cosa ha fatto l’improvvisato barista della prima parte di questo post (oppure non improvvisato, non sappiamo se fosse o meno un professionista della ristorazione) allestendo il bar estemporaneo e temporaneo in quel luogo? Difficilmente possiamo immaginare o in qualche modo inferire, quali fossero le ragioni e gli obiettivi che hanno spinto quella persona a fare quella cosa. Non sappiamo neppure se lo ha contattato qualcuno perché aprisse quel ritrovo o se sia stata una sua iniziativa. Magari, pur provenendo da un’altra regione aveva amici in quel paesino, forse scomparsi a causa del terremoto, e questo è stato un suo modo per onorare la memoria delle persone a cui teneva. Queste o altre cose che possiamo dire in relazione a quel breve racconto, e a quella vicenda così come ci è stata raccontata attengono al campo delle possibili interpretazioni.
Se il racconto avesse riguardato l’allestimento di un bar con le stesse caratteristiche durante la festa patronale del paese nello stesso luogo, le nostre interpretazioni sarebbero state probabilmente diverse e forse più accurate.
Per riuscire ad elaborare quelle interpretazioni noi attingiamo a delle teorie, nel primo caso su come sia un terremoto e di cosa possa significare un bar in quel contesto, nel secondo caso su quello che conosciamo di feste di paese e di come si svolgano.
Karl Weick (1993) propone ai suoi lettori un esperimento: descrive brevemente l’ambiente di un campus universitario soffermandosi sulla presenza di statue di donatori e eroi nazionali, e poi invita chi legge a rispondere a 10 domande su temi come la distribuzione dei libri nella biblioteca (a scaffale aperto o chiuso?), il modo in cui saranno elencati i professori (in ordine alfabetico o per grado?) o la percentuale di budget dedicata all’abbellimento del campus. Qualsiasi risposta noi si dia a quelle domande, verificabile o meno, la cosa che stiamo facendo è evocare miniteorie sulla situazione proposta, che esplicitano le nostre aspettative su un campus universitario. Per descrivere questa strategia si può usare la parola interpolazione, perché l’obiettivo è immaginare, dati due elementi (un’osservazione e una previsione su un evento indipendente) che cosa li unisce. (Weick, 1993).
Questo processo attiene ancora al campo delle interpretazioni: attraverso delle teorie di riferimento (sui terremoti, sulle feste di paese, sui campus universitari), provo a dare un senso al mondo, che in qualche modo deve rendere conto a quelle teorie.
Il barista di una festa di paese mentre monta la sua bancarella e poi mentre serve i caffè, attiva e riproduce un’idea di “bar in una festa di paese”, di clienti e di servizi che offre, corrispondenti alle proprie teorie di riferimento. Quindi probabilmente sceglierà una certa collocazione, un cero abbigliamento, avrà certi comportamenti con alcuni avventori e altri con altri… In questo modo attiverà il proprio ambiente organizzativo, e se un avventore si avvicinasse dicendo “marocchino” e accomodandosi su uno sgabello, il barista ricondurrebbe immediatamente quella parola ad una richiesta di un caffè con latte e cacao, senza pensare a riferimenti di sorta agli abitanti del Maghreb.

Utilizzo il termine enactment [1] per indicare che, nella vita organizzativa, le persone spesso producono parte dell’ambiente che affrontano. (Weick, 1997)

Il barista facendo il proprio lavoro e gestendo il suo bar ambulante, può proporsi in modo cortese, mantenendo pulito l’ambiente e servendo prodotti di buona qualità, oppure può trattare male i clienti, non pulire il banco in cui serve da bere e vendere bibite annacquate. In entrambi i casi, qualsiasi sia la conseguenza sul piano degli affari, non si da un qualche tipo di ambiente monolitico, singolare, stabilito, esistente in maniera distaccata ed esterna […] Al contrario, in ciascun caso, le persone sono parte integrante dei loro stessi ambienti. Esse agiscono e nel farlo creano i materiali che creano i vincoli e le opportunità da affrontare. (Weick, 1997).
Forse la situazione dell’altro barista è più semplice da comprendere dal punto di vista dell’enactment: non esistono teorie di riferimento a cui attingere su cosa sia “un bar estemporaneo nel post terremoto”, tant’è che non abbiamo neppure un nome per definirlo, ed è evidente che, in questo caso, il significato di quell’esperienza si è dovuto costruire mentre la si realizzava. Non è che non ci fossero aspettative da parte degli attori che hanno partecipato a quell’esperienza organizzativa, e probabilmente facevano riferimento all’idea di bar in senso lato, di luogo di ritrovo, di piazza, ma tutte queste insieme, più altre e le condizioni dell’ambiente, hanno contribuito a costruirne il significato.
Weick (1997), chiama questo processo di costruzione di significati sensemaking che distingue dall’interpretazione perché il sensemaking concerne i modi in cui le persone generano quello che interpretano. […] il sensemaking riguarda evidentemente un’attività o un processo, mentre l’interpretazione può essere un processo, ma descrive altrettanto bene un effetto […] Anche quando l’interpretazione viene trattata come un processo, la natura di tale processo è implicitamente diversa. L’atto dell’interpretare implica che qualche cosa esista là, un testo nel mondo, che attende di essere scoperto o avvicinato. Invece il sensemaking riguarda meno la scoperta di quanto riguardi l’invenzione. Intraprendere un processo di sensemaking significa costruire, filtrare, incorniciare, creare la fattualità e trasformare il soggettivo in qualche cosa di più tangibile. (Weick, 1997).
Quello che è successo è quindi una vera e propria invenzione: non si tratta di un’invenzione del barista che ha progettato un servizio e ha deciso di sperimentarlo in quella situazione, ma, anche se il barista avesse pensato ad un progetto dettagliato (e noi non possiamo saperlo), l’invenzione è stata prodotta durante l’azione.
Ma il nostro barista non ha alcun merito in quello che è successo? Non ha utilizzato nessuna competenza se non quella di saper fare un caffè? Al contrario, la competenza che il barista ha espresso è stata quella di riuscire a connettere sue capacità personali (peraltro facilmente accessibili a molti, come ad esempio fare un caffè) con un contesto, e nel comprendere che questa connessione, che in una situazione normale non avrebbe potuto esistere, poteva avere potenzialità creative. In questa competenza, che può essere definita capacità negativa, sta insomma la fonte di un particolare tipo di agire: un agire che per così dire nasce dal vuoto, dalla perdita di senso e di ordine, ma che è orientato all’attivazione di contesti e alla generazione di mondi possibili. (Lanzara, 1993)
In qualche modo potremmo definire la capacità negativa di cui parla Lanzara, la competenza attraverso la quale si possono innescare virtuosi processi di sensemaking, visto che quest’ultimo comincia dalla domanda di base: “è ancora possibile dare per scontate le cose?”. E se la risposta è no, se cioè è impossibile andare avanti elaborando l’informazione in maniera automatica, allora la domanda diventa: “perché le cose stanno così? E adesso cosa succederà?” (Weick, 1997)


<seconda parte Organizzazioni che lavorano con le persone 2. Loose coupling

>quarta parte Organizzazioni che lavorano con le persone 4. Organizzazioni temporanee


[1] Enactment viene utilizzato nella sua forma in inglese nelle traduzione in Weick (1993), viene tradotto con istituzione in Weick (1997), mentre Bifulco (2002) lo traduce con attivazione.