Negli ultimi anni mi è capitato di lavorare ad attività formative di una certa complessità, che coinvolgevano numerosi e diversi soggetti che lavoravano su uno stesso territorio (cittadino o provinciale), che avevano tra le finalità quella di costruire legami tra gli operatori e tra le organizzazioni partecipanti e che si potevano svolgere in numerosi incontri distribuiti in diversi mesi di tempo.

Questo post è la sintesi di uno studio (che si trova qui) che è partito dalla domanda se fosse possibile che, occupandosi di persone con gravi menomazioni mentali, si riescano ad individuare delle ipotesi di lavoro che permettano lo sviluppo e la promozione delle loro potenzialità e aspirazioni e contemporaneamente una tutela ed un aiuto rispetto ai loro aspetti di svantaggio.

Questa è la seconda parte (di quattro) del post Organizzazioni che lavorano con le persone. Nella prima parte ho proposto una piccola storia tratta da Lanzara (1993) che narra di un singolare bar che viene costruito in un paese montano appena colpito da un terremoto. In questa parte proverò a trattare di legami organizzativi.

In questo lungo post in quattro puntate, vorrei, a partire da questa storia, provare a discutere di organizzazioni che lavorano con persone parlando di legami organizzativi (seconda parte), senso e significato (terza parte) e organizzazioni temporanee (quarta parte)

All’inizio di un corso di formazione, soprattutto se si tratta di un percorso lungo con diverse sessioni, propongo quasi sempre delle attività che abbiano il duplice scopo di scaldare l’ambiente e di presentarsi reciprocamente tra i partecipanti e al conduttore. Quando, però, c’è un grande gruppo di partecipanti (direi più di 15 persone) risulta difficile immaginarsi di fare un giro in cui ognuno dice qualche cosa di sé e/o del proprio lavoro: per i primi 5 si ascolta qualche cosa, i secondi 5 hanno una scarsa attenzione, quindi si rischia il collasso collettivo.